Ottobre 5, 2009

DI RAZZA CE N’E’ UNA SOLA: QUELLA UMANA

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Luglio 27, 2009

IL GIORNO: CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA SIAMO TUTTI CLANDESTINI

Sul quotidiano “Il Giorno” di sabato 25 luglio è apparsa una cronaca del presidio, svoltosi in Crocetta mercoledì 22, indetto per protestare contro il recente ddl sicurezza varato dal governo.

L’iniziativa, ha visto la partecipazione numerosa e trasversale di realtà politico-associative cittadine riunite per l’occasione nel comitato Cinisello Città Aperta.

Luogo della protesta è stato, non a caso, la Crocetta, popoloso quartiere di periferia che vive quotidianamente le contraddizioni, così come gli aspetti positivi, del fenomeno migratorio.

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Luglio 12, 2009

NOI NON CI STIAMO! Presidio contro il ddl sicurezza a Cinisello Balsamo

presidio

Ormai da tempo in Italia è in atto una campagna di criminalizzazione dell’immigrato, sia esso clandestino o regolare, extracomunitario o comunitario: quello che conta è che in ogni caso rappresenta una minaccia al fortino della ricchezza occidentale.

Il 2 luglio scorso si è giunti all’atto finale: nella quasi totale indifferenza del Paese, il Governo ha posto il voto di fiducia e il cosiddetto pacchetto sicurezza è diventato legge.

Quali sono le conseguenze che i migranti si troveranno a vivere sulla propria pelle? Prima di tutto, per il solo motivo di non avere in tasca un permesso di soggiorno, una persona viene considerata colpevole del reato di clandestinità. Poco importa se il permesso di soggiorno sia difficile da ottenere (anche a causa di una burocrazia volutamente farraginosa e miope), e il semplice fatto di avere un contratto di lavoro non sia sufficiente ad  accaparrarsi il tanto sospirato documento.

Questa persona dovrà “nascondersi”, non potrà sposarsi (neanche con un italiano/a), gli sarà impedito di registrare i propri figli all’anagrafe, per mandare il frutto del suo lavoro a casa dovrà rivolgersi a canali clandestini, perché in ogni caso gli viene richiesto il permesso di soggiorno.

Cosa ancora più grave, se avesse bisogno di rivolgersi alla pubblica amministrazione (per esempio a un ospedale per curarsi) lo farebbe certo di essere denunciato e quindi espulso. Al danno si aggiunge la beffa: per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno dovrà pagare una tassa che va dagli 80 ai 200 euro. Viene anche introdotto il permesso a punti: se li accumuli non vinci niente, ma se li perdi devi ricominciare da capo.

Tutto questo però nasconde una logica perversa, perché malgrado i proclami del Governo, i lavoratori “clandestini” continueranno a lavorare nel nostro paese: essi sono una risorsa insostituibile per il nostro sistema produttivo fatto di microaziende, che spesso ricorrono al lavoro nero. Il fatto è che il Governo ha fornito ai padroni un’arma formidabile con cui garantirsi da questi lavoratori manodopera a basso costo: la minaccia di denunciarli. Ciò permette inoltre di ricattare i lavoratori italiani, che vengono sempre di più gettati in una competizione al ribasso, una guerra tra poveri da cui escono vincenti solo i padroni.

Le aziende chiudono i battenti e i lavoratori cercano di salvaguardare il proprio posto di lavoro, a volte arrivando anche ad occupare la fabbrica e a difendere i macchinari con il proprio corpo. Ma un lavoratore “clandestino” non può fare neanche questo, perchè non  ha diritti.

Il lavoratore immigrato va bene quando può essere sfruttato,  ma non quando reclama dignità e diritti.

Vengono poi istituite le ronde di “cittadini per bene”, magari nostalgici del manganello e dell’olio di ricino, che adesso sono legittimati a rialzare la testa, incaricati di far sentire sicuri i cittadini in regola. Sicuri, in un Paese dove la crisi economica si fa sentire  pesantemente, che nessuno possa togliergli quello che hanno. E in effetti hanno davvero tanto da difendere: licenziamenti, cassa integrazione, aziende in attivo che da un giorno all’altro ti lasciano a casa, lavoro precario, interinale, a chiamata, e in nero…

Intendiamo opporci e lottare uniti contro il decreto sicurezza, non solo per una questione di solidarietà umana, giusta e legittima, ma anche per impedire alla destra di portare a compimento la sua via di uscita dalla crisi: la guerra tra poveri.

Per questo invitiamo tutti e tutte,

“regolari”o “irregolari”, precari, disoccupati, studenti al

Presidio  del 22 luglio – ore  20.00 – via Stalingrado (di fronte alla chiesa)

per dire NO al ddl sicurezza.

Per adesioni: adesione.appello@gmail.com

Prime adesioni:

PRC – Cinisello Balsamo

PDCI – Cinisello Balsamo

Coordinamento Pace

Sinistra Critica - Cinisello Balsamo

Sdl Comune di Cinisello Balsamo

ARCI Anomaliae

Malapizzica

Associazione SoleLuna

Caritas – Cinisello B.

Comitato Genitori

La Mela di Eva

Partito Umanista di Cinisello Balsamo

ARCI Malanga Amarilla

ANPI

Verdi – Cinisello Balsamo

ACLI

Novembre 20, 2008

Di razza ce n’è una sola: quella umana

Marciamo insieme per i DIRITTI UMANI e contro ogni forma di razzismo

 

Nel settembre del 2000 191 stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere per l’anno 2015 gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio; (sradicare la povertà estrema e la fame; garantire l’educazione primaria universale; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattere l’HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo).

 

Oggi, a metà del cammino, non si sono fatti passi avanti, anzi in alcuni settori si sono fatti notevoli passi indietro. Inoltre i governi che sostengono di voler “promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei loro popoli“, sono sempre più impegnati in guerre cosiddette umanitarie, nella corsa al riarmo e al rilancio di una nuova, folle corsa agli armamenti nucleari.

 

Lo scontro tra le culture è fomentato a detrimento del dialogo e della cooperazione, mentre si rafforzano i fanatismi e il razzismo; l’avidità e il miope egoismo dei potenti stanno distruggendo le risorse ambientali e il futuro delle giovani generazioni. I sogni di progresso, uguaglianza e sicurezza si sono tradotti in affari per pochi e in debiti per la maggioranza. Autoritarismo, manipolazione dell’opinione pubblica ed esclusione dei cittadini dalle decisioni sono prassi quotidiana nell’esercizio del potere.

 

In Italia l’aumento delle spese militari va di pari passo al taglio della spesa sociale, a partire dai tagli alla scuola e alla sanità; inoltre ai cittadini stranieri poveri, magari provenienti da paesi extracomunitari, vengono sempre più negati i diritti civili, fino ad arrivare, con l’ultimo decreto sicurezza, a vere e proprie forme di razzismo istituzionale di Stato; e,  a fronte della protesta sociale, la militarizzazione dell’ordine pubblico e la criminalizzazione dei cittadini che non abbassano la testa sono da tempo le uniche sole risposte che i governi sanno mettere in campo.

 

Coloro che governano non sanno immaginare un futuro diverso da quello che consente loro la legge del mercato, alla quale restano incatenati.

Essi ormai non rappresentano più i popoli, nei quali sta cominciando a manifestarsi una nuova sensibilità.

 

Per questo, ricordando la Giornata Mondiale dei Diritti Umani, vogliamo che questa sensibilità si faccia sentire, per manifestare contro ogni forma di razzismo e di discriminazione, a favore del diritto allo studio, alla salute ad una casa e ad una vita degna.

 

Per questo il 12 dicembre organizziamo una fiaccolata per le vie di Cinisello Balsamo dal titolo “Di razza ce n’è una sola: quella umana” che coinvolga associazioni, Comuni e tutte le persone che vogliono testimoniare la nascita di questa nuova sensibilità.

Scarica qui il volantino

Manifesto 12 - 3

 

CINISELLO BALSAMO – 12 Dicembre 2008 – FIACCOLATA

Ritrovo in piazza Gramsci alle ore 19,30.

Partenza dalla piazza alle ore 20

L’arrivo è previsto presso il Circolo Centro Civico di via Friuli.

 

Associazione Coordinamento Pace, Movimento Umanista, ACLI, Amici Parco Grugnotorto, ANPI, ARCI Anomaliae, ARCI Area, AUSER, CARITAS, CGC, Circolo Centro Civico, Emergency, FIOM, ISCOS, La mela di Eva, LAS, Legambiente, PdCI, PRC, SAUA, CISL, SDL, Sinistra Critica, Sinistra Democratica, SoleLuna, UCM, Verdi

Marzo 27, 2008

La Coppa dell’altro mondo

locandina

La Coppa dell’altro mondo.

Triangolare di calcio a 9 con rappresentative di Colombia, Perù e Italia.

Sabato 29 marzo – dalle ore17.30

c/o il Campo Sportivo “D. Crippa”

Via dei Lavoratori, 27

Cinisello Balsamo

INFO: a.r.c.i anomaliae

Febbraio 5, 2008

Stampa e immigrazione: i danni della lentezza

di Giovanni Maria Bellu 

Era un’impresa difficile ma ci siamo riusciti: noi, i giornalisti, abbiamo battuto la giustizia penale in una gara di lentezza. E non possiamo accampare alcuna scusa perché, senza dubbio, eravamo assieme ai blocchi di partenza. La proposta di realizzare un codice etico su stampa e immigrazione, infatti, fu lanciata da Laura Boldrini, portavoce per l’Italia dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, subito dopo la strage di Erba, quando ci si accorse che il tunisino Azouz, immediatamente additato come colpevole, era in realtà innocente. Ed eccoci qua: il processo sulla strage di Erba è cominciato, il codice etico ancora non c’è.

“Un testo condiviso – ha annunciato qualche giorno fa Roberto Natale, il presidente del sindacato dei giornalisti – sarà pronto nel giro di qualche settimana”. Ma fin dall’ottobre scorso era pronta una prima stesura, elaborata dopo otto mesi di lavoro da un apposito “comitato scientifico”, e anche allora l’approvazione sembrava imminente. Poi, dall’interno dell’Ordine dei giornalisti, erano state sollevate delle perplessità. C’era stato chi aveva manifestato il timore che la “Carta di Roma” – così è stato chiamato il codice deontologico – potesse in qualche modo comprimere la libertà di stampa.

Si parla di regole quali l’evitare di basarsi sui pregiudizi, l’adottare la terminologia corretta, il non pubblicare informazioni che possano mettere a rischio la sicurezza dei rifugiati e dei loro familiari. Principi che, tra l’altro, sono da tempo già sanciti dalla Costituzione e da una serie di convenzioni internazionali. Il Codice etico non fa altro che metterli assieme e applicarli al rapporto stampa-immigrazione. E’ uno strumento per evitare di commettere errori come quello in cui sono incorsi, una settimana fa, alcuni giornali siciliani.

I fatti. Lo scorso 23 gennaio un gruppo di eritrei blocca per due ore l’ingresso del Centro di prima accoglienza di Cassibile per sollecitare la decisione della “commissione territoriale” che esamina le domande di asilo politico. Cinque dei manifestanti vengono arrestati dai carabinieri e accusati di sequestro di persona per aver impedito agli operatori di uscire dal Cpa.

Il responsabile dell’Arci immigrazione, Filippo Miraglia, ha contestato il provvedimento, sottolineando che la protesta era non violenta ed era stata determinata da una comprensibile esasperazione (gli eritrei erano sbarcati alla fine dello scorso ottobre). Ma mettiamo da parte questo pur importante aspetto e seguiamo gli sviluppi della vicenda.

Una volta arrestati, i cinque eritrei sono entrati nel circuito ordinario della cronaca nera. La notizia è stata raccolta, come tante altre, dai cronisti del posto i quali, del tutto in buona fede, le hanno riservato un trattamento di routine. Hanno scritto i loro articoli, hanno riportati i nomi dei protagonisti. Tutto qua. Evidentemente non sapevano che scrivendo il nome e il cognome dei richiedenti asilo eritrei esponevano i familiari rimasti in patria al rischio di gravi ritorsioni, come ha segnalato Laura Boldrini alla direzione de La Sicilia di Catania.

Ecco a cosa serve il Codice etico: a evitare infortuni di questo genere. L’immigrazione è stata così massiccia e improvvisa che ha trovato l’Italia impreparata. Non è sorprendente, né scandaloso. Si tratta di prenderne atto con la consapevolezza che i processi di integrazione sono lunghi e, quando è possibile, darsi degli strumenti per affrontarli limitando il numero degli errori. Questo vale anche per i giornalisti. Non vi è alcun dubbio che i cronisti e i loro direttori, se fossero stati informati che quando si parla di richiedenti asilo è necessario adottare determinate precauzioni, si sarebbero regolati diversamente. Per esempio, avrebbero riportato la notizia senza i nomi degli arrestati. La completezza dell’informazione non ne avrebbe avuto alcun danno, né la libertà di stampa.
(glialtrinoi@repubblica.it)

(da Repubblica.it del 3 febbraio 2008)

Febbraio 5, 2008

Appello per Cinisello Città Aperta

Nel nostro Paese assistiamo continuamente a campagne d’allarme che creano “emergenze” e additano capri espiatori. La violenza e l’uccisione di una donna a Roma, da parte di un uomo, ha dato il via ad una criminalizzazione di massa. Essendo l’uomo rumeno, colpevole uno, colpevoli tutti. Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rom vengono così trasformati in ladri e assassini, tutti i rumeni vengono trasformati in rom e quindi… espelliamo dall’Italia tutti i rumeni!! Politici vecchi e nuovi, di centro-destra e di centro-sinistra fanno la gara a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati del Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati gravi sono, oggi, ai livelli più bassi degli ultimi 20 anni. Un omicidio su quattro viene commesso in casa: nel 70% dei casi la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale durante la propria vita e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno.

Ma cosa si grida in tv e in Parlamento? Si crea il mostro (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) invece di impegnarsi ad eliminare le vere cause del panico e dell’insicurezza sociali: l’aumento di povertà e precarietà. Da una parte si fanno leggi speciali per favorire le espulsioni, si dà la colpa a popoli interi per i crimini di singole persone, in nome di una politica che promette sicurezza ma che chiede in cambio la rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; dall’altra, si lasciano in vigore leggi, come la Bossi-Fini, che usano tutto questo per fornire manodopera immigrata e ricattabile a italianissimi imprenditori.

Non abbiamo bisogno di leggi speciali: la nostra Costituzione è la base su cui si costruì il patto di convivenza civile che ha cercato di far crescere in Italia una democrazia ricca di partecipazione popolare, pluralismo, cultura del bene comune. Quel patto deve essere rafforzato e rinnovato di fronte alle modificazioni della società, all’emergere di nuovi soggetti sociali, bisogni e diritti. Proprio nello spirito con cui è stata scritta la Costituzione possiamo trovare anche oggi le risposte ai problemi che nascono.

Bisogna rileggere questa nostra Carta nella nuova situazione sociale attuale e cioè quella di una società multietnica che prova a trasformarsi in multiculturale, con la sicurezza più che la speranza di ritrovare ancora una volta nei valori della Resistenza, e nella tutela dei diritti la forza per fare chiarezza, anche contro quelle derive razziste che un cattivo governo di questo processo sociale naturalmente possono favorire.

Tutto questo ci riguarda: non staremo in silenzio. Sentiamo il dovere di denunciare e lottare contro ogni forma di discriminazione, manifesta o nascosta, perché crediamo che ognuno abbia il diritto alla libera circolazione e a scegliere il luogo in cui vivere, per migliorare il presente e contribuire alla costruzione del futuro di tutti.

Noi non condividiamo la sicurezza declinata, com’è oggi, in una irragionevole repressione, ma l’intendiamo come impegno ad assicurare le condizioni per una serena convivenza con tutti, senza distinzione di genere e provenienza; come risoluzione delle ingiustizie che contraddistinguono l’attuale mondo del lavoro, campo di battaglia sul quale cresce la contrapposizione tra italiani ed immigrati.

Crediamo che l’immigrazione non sia semplicemente un problema di sicurezza, ma un’esigenza legata alla ricerca di una vita migliore per sé e la propria famiglia. Un percorso che Cinisello come molte altre città del Nord Italia ha affrontato in passato, crescendo proprio grazie all’accoglienza di nuovi cittadini.

Ci impegniamo a promuovere il dialogo tra le diverse culture mediante la creazione di incontri e ambiti di interscambio, dove i valori, le idee e le credenze delle persone si possano incontrare per costruire un dialogo tra la grande varietà e ricchezza di modi di vivere e trovare così i punti in comune che, al di sopra di ogni differenza, noi crediamo si trovino nel cuore dei diversi popoli e individui.

Chiediamo a singoli, associazioni, movimenti, parrocchie di Cinisello Balsamo di condividere con noi questo percorso studiando insieme le modalità.

Puoi aderire all’appello inviando una mail a adesione.appello@gmail.com oppure lasciando il tuo nominativo nei commenti.

 

Primi Firmatari

Arci Anomaliae; Associazione Soleluna; Associazione United Cultures Milano; Giovani Comunisti Provincia di Milano; Rifondazione Comunista – Cinisello Balsamo; Sinistra Democratica – Cinisello Balsamo; Verdi – Cinisello Balsamo; Partito dei Comunisti Italiani – Cinisello Balsamo; A.D.E. Artisti Dell’Errore – ARCI “La Quercia”; Arci Milano; Coordinamento Pace; Ass. Sesto Continente; Caritas – Cinisello Balsamo; Fabio Raisi; Davide Meroni; Cooperativa sociale Puntoeacapo; Luciano Muhlbauer – Consigliere Regionale Prc-Se; Antonio Oldani; SdL Comune di Cinisello Balsamo; Vittorio Agnoletto – Parlamento Europeo GUE/NGL; A.F.A. “Association pour le Futur de l’Afrique” – Milano; Movimento Umanista – Cormano.

Gennaio 31, 2008

Battaglione Rommel

Le immagini di un mezzo corazzato dell’esercito italiano colpito da una mina nel deserto dell’Afghanistan svelano un particolare inquietante: i nostri soldati vanno in missione con la palma dell’Afrika Korps hitleriano dipinta sulle jeep. La jeep italiana colpita da una mina. Sulla portiera si riconosce la palma simbolo dell’AfriKa Korps.

di Gianluca Di Feo

In Afghanistan sognando El Alamein. Perché sembra proprio che i commandos delle forze speciali italiane vadano in missione con la palma dell’Afrika Korps dipinta sulle jeep. Sì, il simbolo inconfondibile dei reparti di Rommel che portarono la bandiera hitleriana alle porte del Cairo. E poi si ritirarono mollando proprio i parà italiani a coprirgli le spalle. Ora alcune foto di un attentato talebano contro le forze Nato hanno fatto nascere il giallo. Le immagini riguardano una jeep corazzata italiana e un blindato spagnolo colpiti da mine nel deserto afghano verso il confine iraniano. Sono foto sfuggite alla censura del nostro Stato maggiore, finendo sui siti web di Madrid e da lì nel forum di “Pagine di Difesa”, la più attenta rivista telematica del settore. La buona notizia è che il veicolo blindato dell’Esercito, una delle nuove jeep speciali Iveco Vtlm, ha funzionato, salvando la vita dell’equipaggio. Il mezzo, progettato proprio per  sopravvivere agli agguanti con ordigni nascosti nel terreno, sta venendo adottato da molte nazioni.
afrika korpsLa cattiva notizia è quella palma dipinta sulla fiancata, che riproduce esattamente il simbolo dell’Afrika Korps: è stata omessa solo la svastica. Un’iniziativa di pessimo gusto: estanea alla tradizione militare italiana, ma soprattutto lontana da quei principi democratici che dovrebbero ispirare le missioni all’estero. Gli scatti non permettono di identificare a quale reparto appartenga il veicolo coinvolto nell’attentato: nella zona operano squadre di parà del Col Moschin e di incursori di marina del Comsubin. Nell’autunno 2006 i soldati tedeschi in servizio in Afghanistan vennero fotografati con un simbolo praticamente identico dipinto sulle loro jeep. Le immagini pubblicate sul settimale Stern spinse il ministero della Difesa ad aprire un’inchiesta e sospendere dal servizio sei militari.
da L’Espresso del 30 gennaio 2008

Gennaio 22, 2008

Insicurezza pubblica

Incontro pubblico: “Insicurezza pubblica” – da genova ai decreti per la sicurezza con Vittorio Agnoletto [Parlamentare europeo PRC-SE]; Gigi Malabarba [Ex-membro del Comitato Parlamentare per i Servizi di Informazione e Sicurezza].

Martedi 22 gennaio 2008 – Ore 21.00 – Coop. Agricola di Via Mariani n.11 – Cinisello B.mo. INFO: Coordinamento Pace

Gennaio 22, 2008

Antirazzismo d’autore

Undici sono gli scrittori del Nordest che si ritroveranno il 26 gennaio a Treviso, contro il razzismo. Ecco come ha dato l’annuncio dell’iniziativa Mauro Covacich, su L’Espresso
treviso“Da quando sto a Roma ho capito cosa vedono i romani guardando verso il Veneto.
Vedono una plaga sconfinata, erennemente nascosta nella nebbia, abitata dai rivoltosi delle quote latte, i padroncini dei tir, i piccoli imprenditori con le maniche arrotolate sul maglione in pile, e gli alpini, sempre gli alpini, le facce rubizze, in una mano il vin brulé, nell’altra il mestolo della polenta, impegnati nella solita festa di beneficenza per i figli disgraziati dei tossici. Non vedono più le signorine tonte che andavano a servizio nelle case parioline degli anni Cinquanta, solo perché in primo piano dominano le figure maschili, non perché le signorine tonte siano sparite dal loro immaginario. I romani vedono questo, e per comodità – la comodità senza malafede di chi è abituato da millenni a semplificare e chiama veneto anche un triestino come me – lo contrassegnano con la parola leghisti, la terra dei leghisti, un posto che ancora oggi sulle carte geografiche andrebbe indicato con la locuzione latina ‘Hic sunt leones’.
Ora, sbagliano i romani? Certo che sbagliano. Eppure l’immagine che il Veneto trasmette all’esterno, o perlomeno quella che risulta vincente nella corsa alla notizia, non smentisce mai lo stereotipo.
Il caso più recente è quello dei sindaci razzisti. A Romano d’Ezzelino il sindaco ha escluso i bambini extracomunitari dai bonus scuola (due anni fa ha consegnato i pacchi della Croce Rossa solo a residenti italiani). Il sindaco di Teolo ha nominato una commissione per verificare la buona conoscenza della lingua italiana da parte dei nuovi residenti allogeni, prima di concedere al prefetto il nulla osta per la cittadinanza. Il sindaco di Montegrotto Terme ha fatto scrivere sui tabelloni luminosi dei servizi stradali: ‘Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un’altro paese (con l’apostrofo) che da cittadini nel vostro’. Un consigliere comunale di Treviso ha auspicato “metodi da SS per gli immigrati”. Il sindaco di Cittadella ha nominato a sua volta una commissione per valutare la pericolosità dei nuovi cittadini, chiedendo a ciascuno di certificare un reddito annuo non inferiore a 5 mila euro: delibera, questa, adottata dalla maggioranza dei comuni leghisti della regione con la scusa di un adeguamento a una direttiva europea, dimenticando che molti tra gli immigrati formalmente non capienti vengono pagati in nero ogni mese da probi cittadini con l’aziendina.
Il nero (inteso come sommerso) è stato un integratore importante nello sviluppo di buona parte del Veneto. Se nel distretto del mobile tra Oderzo e Treviso i figli dei mezzadri sono diventati mobilieri miliardari, ciò non è dovuto soltanto alla loro pur esemplare disposizione alla fatica.
Di fronte a questo stato di cose la maggioranza degli intellettuali veneti finora ha preferito tacere. La loro irritazione è comprensibile: da un canto, il fastidio per gli stereotipi e le semplificazioni mediatiche (l’hic sunt leones di cui sopra), dall’altro, l’insofferenza verso le stigmatizzazioni da politico, o peggio, da retore di sinistra, per fatti verso i quali provano comunque imbarazzo. Piuttosto che fallire nel tentativo di far comprendere all’esterno la complessità del Veneto, preferiscono chiudersi in una superiore indifferenza. Immagino che il loro silenzio dica: quelli sono solo quattro poveretti in cerca di un po’ di celebrità, non meritano un nostro intervento, quattro razzisti strumentalizzati dalla stampa nazionale ai quali si può rispondere solo ignorandoli.
Ebbene, io non la penso così. Io credo che si debba fare qualcosa. Ho vissuto per molti anni a un passo dal Veneto, tuttora per motivi di lavoro mi capita spesso di fermarmi a Padova, ho partecipato a decine di incontri in paesi identici a quelli sopra citati – biblioteche, librerie, scuole – ci sono andato sempre volentieri ma adesso non mi sentirei di tornarci se prima non avessi dichiarato pubblicamente tutto il mio disgusto per questa forma di razzismo istituzionale.
La mia non è una dichiarazione solitaria, nasce anzi in comune accordo con altri dieci scrittori veneti: Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Alberto Fassina, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Giulio Mozzi, Marco Paolini, Tiziano Scarpa, Vitaliano Trevisan, Gian Mario Villalta.
Noi non ignoreremo i sindaci razzisti. Non c’importa se sono ligi alle regole, non c’importa se dicono di allinearsi a direttive europee, noi che lavoriamo con le parole, non staremo a guardare con superiore indifferenza coloro che in quei paesi usano le parole per aumentare, anziché lenire, il senso di ostilità verso gli stranieri. Noi useremo le parole della letteratura contro di loro, a casa loro. Sabato 26 gennaio alle ore 17 ci riuniremo in piazza dei Signori a Treviso – epicentro e scaturigine ideale dell’intolleranza fomentata dagli amministratori – per leggere in pubblico brani di ispirazione antirazzista tratti dalla letteratura mondiale. Non c’importa quanto pedante parrà il nostro gesto, né quanto irrisorio sarà l’effetto che provocherà, noi non faremo finta di niente, non lo faremo soprattutto in rispetto di tutti i veneti che non sono razzisti. Thomas Bernhard nel suo testamento aveva parlato di una “emigrazione postuma”, chiedendo che le sue opere venissero interdette agli austriaci per settant’anni dopo la sua morte. Noi, si parva licet, al boicottaggio di Bernhard preferiamo raddoppiare il volume della nostra voce, confidando che gli abitanti di quei paesi impieghino molto meno di settant’anni per cambiare amministrazione. Ma forse non è neanche questo il punto: il nostro obiettivo non è convincere gli altri, bensì comunicare al mondo che noi non ci stiamo. Qualcuno di noi è impegnato politicamente, qualcuno no. Alle nostre spalle non c’è nessun partito o associazione: siamo associati dalla convinzione che il razzismo – qualsiasi tipo di razzismo, ma soprattutto questo, ipocrita, moderno, benestante – sia semplicemente orrendo.
La complessità del Veneto – l’eredità di una cultura rurale, la forte base solidaristica del volontariato cattolico, lo spaesamento di una società squassata da un’improvvisa accelerazione dei processi produttivi, una provincia dai tratti americani, in ogni ambito della quale il massimo di avanguardia confina con il massimo di arretratezza – noi crediamo che dar conto di questa complessità a chi non la conosce rischi di farci apparire indulgenti, e quindi autoindulgenti, se prima non ci esprimiamo a chiare lettere contro coloro che soffiano sull’odio e sulla paura. Capire la complessità non significa accettare tutte le scorie che produce.
A quelle scorie noi risponderemo facendo parlare i nostri libri preferiti. Ovviamente la speranza è che si uniscano anche altri scrittori e artisti e che in Piazza dei Signori, quel sabato, ci sia più gente possibile.
A questo proposito mi viene in mente il racconto ‘Antipatia’ del ‘Sillabario’ di Goffredo Parise, dove uno scocciatore telefonico nei cui tratti è facile riconoscere Pasolini insiste perché il protagonista, altrettanto evidente alter ego dell’autore, partecipi a una petizione in favore degli antifranchisti spagnoli rifugiatisi in Italia. È un testo spietato contro tutti i luoghi comuni del filantropismo sinistrorso e della sua retorica interventista, eppure sono sicuro che oggi Parise parteciperebbe alla nostra iniziativa. Mi basta ricordare una sua lettera a ‘la Repubblica’ nell’85, 13 anni dopo quel racconto: “Dicevo che soltanto battendo il tasto dell’antimeridionalismo la Liga avrebbe potuto avere successo, come ha avuto. Questo perché conosco bene i miei polli (i veneti che hanno votato Liga Veneta), il loro razzismo e la loro xenofobia. (…) Ma il fenomeno non è isolato come sembra per i suoi aspetti goldoniani e folkloristici. È molto diffuso e a cento anni dall’Unità serpeggia in varie forme nelle regioni di tutto il paese”.
(21 gennaio 2008)